QUALE DECISIONE DEVE PRENDERE CHI, PRIMA DI CONVERTIRSI ALL'EVANGELO, CONVIVEVA SENZA LEGAME MATRIMONIALE?*

Le parole di Giovanni il Battista: "Fate
dunque dei frutti degni del ravvedimento" (Matteo 3:8), sono una
esortazione a tutti i convertiti di ogni tempo, a vivere il vero cristianesimo
in modo pratico.
L'argomento è di una attualità sconcertante ed ha interessato psicologi e
sociologi. Una statistica dell'ISTAT ha rivelato che in Italia vi sono sempre
meno matrimoni e aumentano invece i casi di convivenza al di fuori
dell'istituto matrimoniale.
Il matrimonio è in crisi non soltanto nel nostro Paese, ma in tutto il mondo.
Negli Stati Uniti, ad esempio, si registra un divorzio ogni due matrimoni.
La convivenza fuori dal matrimonio, afferma un sociologo, è spesso simile al
legame coniugale, infatti presuppone la fedeltà reciproca, la procreazione e la
comunione dei beni.
LA CONVIVENZA COME FENOMENO
SOCIALE

Domandiamoci, perché tra i giovani si
protende verso la convivenza senza alcun legame matrimoniale stabile? Forse per
una fuga dalla responsabilità che comporta quest'ultimo, oppure per un rifiuto
del matrimonio stesso, considerato come un'imposizione frutto della tradizione,
oppure per sostenere il cosiddetto "amore senza vincoli", che
cozzerebbe con l'idea dell'indissolubilità del matrimonio?
Certamente, la convivenza senza legame ufficiale è conseguenza diretta o
indiretta di esperienze "prematrimoniali" che si perpetuano nel
tempo, come una forma di pigrizia sociale, di legittimazione inconscia di un
fenomeno tendente a superare l'istituto matrimoniale. Questa
"ribellione", oltre che di carattere sociale, è anche di natura
psicologica. Infatti, il rifiuto di seguire delle norme giuridiche non risulta
essere soltanto una "moda" per sostenere la crisi di ciò che alcuni
studiosi chiamano il "matrimonio monogamico di tipo ottocentesco",
ormai superato dall'inesistenza di princìpi etici assoluti, ma serve anche a
dimostrare che non occorre rifarsi ad esperienze del passato, si è liberi
dall'essere, con il fallimento del matrimonio catalogati come dei deboli e
degli sprovveduti che abbiano fatto delle scelte sbagliate per evitare le quali
basta non omologarle con un atto pubblico e quindi rendere stabile,
nell'ordinamento sociale l'unione. Se non c'è riconoscimento non c'è neanche
bisogno di annullamento.
Questa "libertà senza vincoli" è soprattutto una manifestazione di
egoismo, in quanto i rapporti intimi non possono essere separati dai legami
interpersonali. Questi, a loro volta, non possono essere intesi soltanto come
un istinto o un sentimento, ma esprimono tutta la ricchezze di un'adesione
personale completa. Qualsiasi rapporto sessuale al di fuori del matrimonio, non
rispetta la realtà personale del proprio partner, non rappresenta cioè
un'intima comunione di persone e, anche se avviene per il libero assenso dei
due, rimane sempre una soddisfazione soggettiva del proprio desiderio, senza
quell'assunzione di responsabilità che comporta invece un rapporto stabile e
durevole nel tempo. Col matrimonio si associa proprio l'assunzione completa
delle responsabilità dei coniugi, i quali, oltre ad essersi impegnati alla
vicendevole fedeltà davanti a Dio, qualunque sia la certificazione del
matrimonio, dinanzi alla società si assumono ufficialmente quelle responsabilità
che, senza il vincolo matrimoniale, si fonderebbero soltanto su una libera e
discriminante scelta soggettiva.
LA CONVIVENZA ALLA LUCE DELLA BIBBIA

Dopo aver indicato quali siano, nell'ambito
della società, i problemi della convivenza senza legami e le sue implicazioni
psicologiche, per noi cristiani fedeli alla Parola di Dio ha ancora maggior
valore ciò che il Signore stesso afferma al riguardo. La Bibbia riconosce il
matrimonio monogamico fin dalla sua istituzione; infatti, quando la donna fu
creata: "L'uomo disse: Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne
della mia carne... Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla
sua moglie, e saranno una stessa carne" (Genesi 2:23, 24).
Fin dal principio Dio ha punito ogni violazione dell'obbligo alla fedeltà
coniugale, cioè l'adulterio, come anche i rapporti intimi fuori dal legame
matrimoniale, cioè la fornicazione, in violazione del principio di unione
stabilito da Dio stesso. Infatti, la parola greca usata nel Nuovo Testamento
per adulterio significa: "violazione del matrimonio". Mentre
fornicazione significa: "prostituzione, impudicizia, abusare di sé".
Per questa ragione la Scrittura è molto precisa sia sull'adulterio, che sulla
fornicazione. Addirittura definisce l'infedeltà dei credenti verso Dio come un
adulterio spirituale.
Il settimo comandamento "non commettere adulterio" (Esodo 20:14),
esprime tutta l'importanza che Dio stesso attribuisce a questo peccato in
quanto non soltanto lede il diritto privato della famiglia, ma anche i diritti
civili del popolo ed il diritto divino, tanto è vero che era stata stabilita
una legge speciale che ne prevedeva l'individuazione e la punizione (Numeri
5:11-31).
Già in Deuteronomio 22:13-30 sono contenute minacce di severe punizioni per
l'adulterio, considerato anche come una propria pratica del paganesimo, dal
quale deve distinguersi la comunità fedele a Dio.
Nel Nuovo Testamento, Gesù parla con molta chiarezza dei rapporti uomo-donna,
moglie-marito. Egli precisa che l'adulterio dell'uomo, come quello della donna,
si deve giudicare allo stesso modo (Marco 10:11,12).
Gesù riafferma anche l'indissolubilità del matrimonio (Marco 10:6-9), pur non
escludendo la misericordia di Dio per il peccatore che si ravvede (Luca 21:31,
32). Alla donna adultera presentataGli affinché la giudicasse, Egli può dare la
consolante notizia, dopo che gli ipocriti suoi accusatori erano scomparsi:
"Neppure io ti condanno; va e non peccar più" (Giovanni 8:11). Con
queste parole il Signore non minimizza la violazione, anzi la conferma, ma
esprime una possibilità di perdono nella vera conversione. L'adulterio e la
fornicazione sono inconciliabili con la vita nuova in Cristo vissuta nella
potenza dello Spirito Santo: "Non sapete voi che gli ingiusti non
erederanno il Regno di Dio? Non v'illudete, né i fornicatori, né gli idolatri,
né gli adulteri, né gli effeminati né i sodomiti, né i ladri, né gli avari, né
gli ubriachi, né gli oltraggiatori, né i rapaci erederanno il Regno di
Dio" (I Corinzi 6:9, 10).
"Sia il matrimonio tenuto in onore da tutti, sia il talamo incontaminato,
poiché Iddio giudicherà i fornicatori e gli adulteri" (Ebrei 13:4).
"Come si conviene a dei santi, né fornicazione, né alcuna impurità, ne
avarizia sia neppure nominata fra voi; né disonestà, né buffonerie, né facezie
scurrili, che sono cose sconvenienti; ma piuttosto, rendimento di grazie.
Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore o impuro o avaro (che è un idolatra)
ha eredità nel regno di Cristo e di Dio" (Efesini 5:3-5)
LA DECISIONE DEL CREDENTE

Per rispondere direttamente alla domanda
postaci dal lettore, bisogna ipotizzare almeno due casi:
a. Il "partner" non vuole legalizzare il legame.
È logico che la Bibbia, giudicando illecito qualsiasi legame intimo fuori dal
matrimonio, indichi a chi ha accettato Cristo, come proprio personale Salvatore
e Signore, la necessità dell'interruzione di ogni rapporto, perché la condotta
di un credente rinnovato dalla potenza dello Spirito Santo è pura: "Se
dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate
ecco sono diventate nuove" (II Corinzi 5:17).
Il nuovo convertito dovrà chiedere a Dio franchezza per poter dire al partner
inconvertito che non è più possibile convivere insieme, a meno che la loro
relazione non sia regolarizzata dal matrimonio civile.
b. Un "partner" inconvertito vuole regolarizzare il legame.
In questo caso, fino alla celebrazione dell'atto di stato civile che formalizza
il matrimonio, i partner dovranno considerarsi fidanzati in attesa d'unirsi
dopo la certificazione delle nozze.
Queste due ipotesi scaturiscono dalla chiarissima esposizione di I Corinzi
7:12-16, dove lo Spirito Santo guida l'apostolo Paolo a dare dei suggerimenti
molto espliciti intorno ai rapporti tra credenti e non credenti nel matrimonio.
Un'obiezione è stata mossa da persone in mala fede, le quali citano il verso
diciassette dello stesso capitolo: "...ciascuno seguiti a vivere nella
condizione assegnatagli dal Signore... quando Iddio lo chiamò", per
affermare che se due coabitavano prima di conoscere l'Evangelo dovrebbero
continuare a vivere nella stessa condizione.
Con quale obiettività e logica si può pensare di coinvolgere il Signore in una
posizione che violi la Parola di Dio? Si potrà mai affermare che la convivenza
fuori del matrimonio sia la "condizione assegnatagli dal Signore"?
Inoltre, queste parole non si riferiscono ai versi precedenti, ma a quelli
seguenti, che riguardano i rapporti religiosi e sociali, tanto è vero che al
verso ventiquattro il paragrafo si conclude con la ripetizione: "Fratelli,
ognuno rimanga dinanzi a Dio nella condizione nella quale si trovava quando fu
chiamato" (I Corinzi 7:24). Un'ultima osservazione riguarda l'iniziativa
che deve prendere il credente per regolarizzare la propria posizione, se prima
della sua conversione viveva senza legame matrimoniale.
Egli ha una responsabilità morale nei confronti dell'altra parte, anche se non
credente, e non può obiettivamente ripudiarlo in quanto appartiene ad un
periodo precedente alla sua conversione, sulla base di una superficiale forma
di spiritualità che ancora una volta si esprime con una fuga dalle proprie
responsabilità.
Fare frutti degni del ravvedimento vuol dire, per quanto è possibile, riparare
al male commesso e quindi, se la parte non credente accetta di regolarizzare la
posizione, la parte credente deve concedere questa possibilità. Purtroppo,
esistono situazioni molto più intricate per le quali il Signore, mediante la
Sua Parola, può dare luce. Qualsiasi soluzione però non deve coinvolgere la
testimonianza dell'Evangelo e l'etica della Comunità cristiana.
Un problema come questo, tanto vasto e tanto comune oggi, richiede chiarezza,
coraggio e fede per l'attuazione della soluzione biblica in modo che "come
liberi, ma non usando già della libertà quel manto che copre la malizia"
(I Pietro 2:16), si possa continuare ad essere "sale della terra e la luce
del mondo".