“FATELE FRUTTARE FINO AL MIO RITORNO”

Luca
19:12-27: “Mentre essi ascoltavano queste cose, Gesù aggiunse una parabola, perché
era vicino a Gerusalemme ed essi credevano che il regno di Dio stesse per
manifestarsi immediatamente. Disse dunque: «Un uomo nobile se ne andò
in un paese lontano per ricevere l'investitura di un regno e poi tornare.
Chiamati a sé dieci suoi servi, diede loro dieci mine
e disse loro: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Or i suoi concittadini
l'odiavano e gli mandarono dietro degli ambasciatori per dire: “Non vogliamo
che costui regni su di noi”. Quando egli fu tornato, dopo aver ricevuto
l'investitura del regno, fece venire quei servi ai quali aveva
consegnato il denaro, per sapere quanto ognuno avesse guadagnato mettendolo a
frutto. Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua mina ne ha fruttate altre dieci”. Il re gli disse: “Va bene, servo
buono; poiché sei stato fedele nelle minime cose, abbi potere su dieci città”.
Poi venne il secondo, dicendo: “La tua mina, Signore, ha fruttato cinque mine”.
Egli disse anche a questo: “E tu sii a capo di cinque città”. Poi ne venne un
altro che disse: “Signore, ecco la tua mina che ho tenuta nascosta in un
fazzoletto, perché ho avuto paura di te che sei uomo duro;
tu prendi quello che non hai depositato, e mieti quello che non hai seminato”.
Il re gli disse: “Dalle tue parole ti giudicherò, servo malvagio! Tu sapevi che
io sono un uomo duro, che prendo quello che non ho
depositato e mieto quello che non ho seminato; perché non hai messo il mio
denaro in banca, e io, al mio ritorno, lo avrei riscosso con l'interesse?” Poi
disse a coloro che erano presenti: “Toglietegli la mina e datela a colui che ha
dieci mine”. Essi gli dissero: “Signore, egli ha dieci mine!” “Io vi dico che a
chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici che non volevano che io regnassi su di loro,
conduceteli qui e uccideteli in mia presenza”».
LA PARABOLA DELLE MINE
Cos’aspettavano
i contemporanei di Gesù? Un nuovo re, più forte di Davide,
che avrebbe instaurato un regno glorioso. I discepoli, e quanti stavano
seguendo Gesù, si rendevano conto che il loro Maestro stava per raggiungere
Gerusalemme e, con essa, la fase culminante della Sua
missione, perché i capi religiosi si stavano preparando ad arrestarLo. I
discepoli, tuttavia, non credevano che Gesù si sarebbe lasciato vincere. Essi
conoscevano la potenza di Cristo ed erano sicuri che Egli avrebbe sconfitto i
nemici, liberato Israele dal giogo romano e sarebbe stato loro re. Per questo
motivo la crocifissione rappresentò per i discepoli una sconfitta e generò in
loro scoraggiamento, delusione e frustrazione ed alcuni di loro tornarono
indietro: “Due di loro se ne andavano in quello stesso
giorno a un villaggio di nome Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi; e
parlavano tra di loro di tutte le cose che erano accadute. Mentre
discorrevano e discutevano insieme, Gesù stesso si avvicinò e cominciò a
camminare con loro. Ma i loro occhi erano impediti a
tal punto che non lo riconoscevano. Egli domandò loro: «Di che discorrete fra di voi lungo il cammino?» Ed essi si fermarono tutti
tristi. Uno dei due, che si chiamava Cleopa, gli rispose:
«Tu solo, tra i forestieri, stando in Gerusalemme, non hai saputo le cose che
vi sono accadute in questi giorni?» Egli disse loro: «Quali?» Essi gli
risposero: «Il fatto di Gesù Nazareno, che era un profeta potente in opere e in
parole davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e i nostri
magistrati lo hanno fatto condannare a morte e lo hanno crocifisso.
Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele” (Luca 24:13-21).
Anche dopo la
resurrezione, una delle ultime domande che i discepoli posero a Gesù,
riguardava l’instaurazione del Regno: “Quelli
dunque che erano riuniti gli domandarono: «Signore, è in questo tempo che
ristabilirai il regno a Israele?” (Atti 1:6).
Tutti costoro, però, si sbagliavano sia
sulla natura del Regno di Dio, sia in merito al tempo della sua instaurazione,
sia sulla loro responsabilità nei riguardi del Re. Il Signore cercò di
correggere le loro presunte attese e lo fece anche servendosi di parabole, come
quella che ci stiamo accingendo a studiare. È molto
probabile che quest’illustrazione alluda ad un avvenimento pubblico, noto a
tutti. Circa trenta anni prima, Archelao, figlio di
Erode il Grande, era giunto fino a Roma per ricevere l’investitura per
governare su Israele. Quando questi tornò, i Giudei si
opposero al suo governo, perché ne conoscevano l’indole ed il carattere.
Costoro, perciò, mandarono un’ambasciata all’Imperatore romano, tuttavia
Archelao ritenne la corona. Naturalmente egli non usò clemenza verso quanti lo
avevano avversato.
NON
È UN DUPLICATO DELLA PARABOLA DEI TALENTI
Molti hanno considerato la parabola
delle mine come una narrazione artefatta di quella dei talenti. In entrambe si
parla di un ricco potente, di servitori, dei quali uno è infedele, e presentano
uno stesso messaggio: “Trafficate finché io venga”. Anche
se la parabola delle mine ricalca quella dei talenti, le due sono diverse.
Vediamo queste diversità.
Ø
Ø La parabola
dei talenti è pronunziata sul monte degli Ulivi: “Mentre egli era seduto sul monte degli Ulivi, i
discepoli gli si avvicinarono in disparte, dicendo: «Dicci, quando avverranno
queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine dell'età
presente?» (Matteo
24:3).
q
q La parabola
delle mine è pronunziata tra Gerico e Gerusalemme: “Mentre essi ascoltavano queste cose, Gesù aggiunse
una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi
credevano che il regno di Dio stesse per manifestarsi immediatamente” (Luca 19:11).
Ø
Ø La parabola
dei talenti è rivolta solo ai discepoli: “Mentre egli era seduto sul monte degli Ulivi, i
discepoli gli si avvicinarono in disparte” (Matteo 24:3).
q
q La parabola delle mine è rivolta alla folla: “Veduto
questo, tutti mormoravano, dicendo: «É andato ad alloggiare in casa di un
peccatore!» Ma Zaccheo si fece avanti e disse al Signore: «Ecco, Signore, io do
la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo». Gesù gli disse: «Oggi la salvezza è
entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d'Abraamo; perché il
Figlio dell'uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto». Mentre
essi ascoltavano queste cose, Gesù aggiunse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi credevano che il regno di Dio
stesse per manifestarsi immediatamente” (Luca 19:7-11).
Ø
Ø La parabola
dei talenti, presenta un ricco commerciante, che distribuisce otto talenti,
tutti i suoi beni: “«Poiché avverrà come
a un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i
suoi servi e affidò loro i suoi beni. A uno
diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la
sua capacità; e partì” (Matteo 25:14,15).
q
q
La
parabola delle mine presenta un pretendente al trono, che affida dieci mine,
parte dei suoi averi: “Disse dunque: «Un
uomo nobile se ne andò in un paese lontano per
ricevere l'investitura di un regno e poi tornare. Chiamati a sé dieci suoi servi, diede loro dieci mine e disse loro:
“Fatele fruttare fino al mio ritorno” (Luca 19:12,13).
Ø
Ø Il valore del
denaro è diverso, infatti, un talento vale 125.000
euro circa 250 milioni di vecchie lire.
q
q
Una
mina vale 2.000 euro circa 4 milioni di vecchie lire.
Ø
Ø Nella parabola
dei talenti, questi sono assegnati a tre servitori: “A uno
diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la
sua capacità; e partì” (Matteo 25:15).
q
q Nella parabola
delle mine, esse sono assegnate a dieci
servitori: “Chiamati a sé dieci suoi
servi, diede loro dieci mine e disse loro: “Fatele fruttare fino al mio
ritorno” (Luca
19:13).
Ø
Ø Nella parabola dei talenti la suddivisione è diversa,
infatti, un servo ha cinque talenti, un altro due e l’ultimo
un talento.
q
q Nella parabola delle mine, tutti hanno una mina.
Ø
Ø Nella parabola
dei talenti i servi fedeli raddoppiano il capitale: “Subito, colui che aveva
ricevuto i cinque talenti andò a farli fruttare, e ne guadagnò altri cinque. Allo stesso modo, quello dei due talenti ne guadagnò
altri due” (Matteo
25:16,17).
q
q Nella parabola delle mine esse fruttano molto di più:
“Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua mina ne ha fruttate altre
dieci”. Il re gli disse: “Va
bene, servo buono; poiché sei stato fedele nelle minime cose, abbi potere su
dieci città”. Poi venne il secondo, dicendo: “La tua mina, Signore, ha fruttato
cinque mine”. Egli disse anche a questo: “E tu sii a capo di cinque città”
(Luca 19:17-19).
Ø
Ø Nella parabola
dei talenti, uno dei servi sotterrò il talento per “custodirlo”: “Ma colui che ne aveva
ricevuto uno, andò a fare una buca in terra e vi nascose il denaro del suo
padrone” (Matteo
25:18).
q
q
Nella
parabola delle mine, il servo infedele conservò la mina in un fazzoletto: “Poi ne venne un altro che disse: “Signore, ecco la
tua mina che ho tenuta nascosta in un fazzoletto, perché ho avuto paura di te che sei uomo duro; tu
prendi quello che non hai depositato, e mieti quello che non hai seminato” (Luca
19:20,21).
Ø
Ø Nella parabola
dei talenti non si parla di nemici, ma solo di servi fedeli ed infedeli.
q
q
Nella
parabola delle mine i concittadini si oppongono al regno dell’uomo nobile: “Or i suoi concittadini l'odiavano e gli mandarono
dietro degli ambasciatori per dire: “Non vogliamo che costui regni su di noi” (Luca 19:14).
I tanti particolari diversi dimostrano
che le due stesure sono dissimili. Vediamo lo schema di seguito.
PARABOLA DEI
TALENTI PARABOLA
DELLE MINE
|
È pronunziata sul monte degli
Ulivi (Matteo 24:3). |
È pronunziata tra Gerico e
Gerusalemme (Luca 19:11). |
|
È rivolta ai discepoli (Matteo 24:3). |
È rivolta alla folla (Luca 19:7-11). |
|
Presenta un ricco commerciante
(Matteo 25:14,15). |
Presenta un pretendente al
trono (Luca 19:12,13). |
|
Rappresentano tutti i beni del
padrone (Matteo 25:14). |
Sono parte degli averi
dell’uomo nobile (Luca 19:12). |
|
Un talento vale 125.000 euro |
Una mina vale 2.000 euro |
|
Sono assegnati a tre servitori
(Matteo 25:15). |
Sono assegnate a dieci
servitori (Luca 19:13). |
|
C’è differenza di distribuzione
(Matteo 25:15). |
Ciascuno riceve la stessa cifra
(Luca 19:13). |
|
I servi fedeli raddoppiano il
capitale (Matteo 25:16,17). |
I servi fedeli hanno risultati
diversi (Luca 19:17-19). |
|
Il terzo servitore lo sotterrò
(Matteo 25:18). |
Il terzo servitore la conservò
in un fazzoletto (Luca 19:20,21). |
|
Non si parla di nemici |
Si parla di nemici (Luca 19:14) |
I
PERSONAGGI DELLA PARABOLA
A. Un
uomo nobile. La parabola presenta “un uomo nobile”, col quale Gesù raffigura Se stesso. Egli è,
infatti, di nobile origine: “L'Eterno mi disse: Tu sei il mio figlio, oggi io t'ho generato” (Salmo 2:7).
Quest’uomo nobile, ha dei discepoli ai
quali promette che sarebbe partito per poi ritornare. Non è ciò che ha fatto il
Signore?: “Dette queste cose, mentre
essi guardavano, fu elevato; e una nuvola,
accogliendolo, lo sottrasse ai loro sguardi. E come essi avevano gli occhi fissi al cielo,
mentre egli se ne andava, due uomini in vesti bianche si presentarono a loro e
dissero:
«Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato
tolto, ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo
avete visto andare in cielo» (Atti 1:9-11).
B. I servitori.
Costoro
sono delle persone qualunque, che hanno il solo pregio
di essere stati chiamati al servizio di questo uomo importante. Essi ricordano
i credenti, scelti da ogni estrazione sociale e resi ambasciatori di Sua Maestà
il Re dei re!: “Ma voi siete una stirpe
eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è
acquistato, perché proclamiate le virtù di colui che
vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa; voi, che prima non eravate un popolo, ma ora siete il
popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto misericordia, ma ora avete
ottenuto misericordia” (1Pietro 2:9,10).
C. I concittadini.
La parabola presenta, infine, i concittadini, dei quali la
Scrittura registra l’accanimento contro quell’uomo nobile. Costoro si
dimostrano compatti nel rifiuto e nell’opposizione al suo governo. Essi
rappresentano i Giudei come nazione e ricordano i religiosi del tempo, ostili a
Cristo e forse rappresentano anche tutti coloro che si
oppongono a Cristo.
LA
MISSIONE DEI SERVI

Prima di partire per “un paese lontano”
quell’uomo nobile affida ai servi una missione di fedeltà: trafficare una mina.
Egli assegnò una moneta del valore di cento dramme ad ogni
servitore, perché, nell’attesa del suo ritorno, gli dessero prova di
fedeltà. Nessuno dei servi sapeva quali sarebbero stati i progetti del loro
padrone, la podestà su delle città, perché forse
allora si sarebbero impegnati ancora di più. Bastava, però, l’ordine del loro
signore per indurli al servizio fedele. Quell’uomo nobile non dà nessun
particolare di quanto avverrà in seguito, tranne che ingiunge loro di
trafficare fino al suo ritorno. Tale è l’invito che Cristo fa oggi a ciascuno
di noi: “Beati quei servi che il
padrone, arrivando, troverà vigilanti! In verità io vi dico che egli si
rimboccherà le vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Luca 12:37).
La mina non rappresenta i beni
materiali o le capacità spirituali, che come i talenti sono distribuiti in modo
disuguale, ma piuttosto i doni che Dio dà equamente a tutti i credenti, come la
salvezza, il perdono dei peccati, la fede, il suggello dello Spirito Santo,
l’Evangelo, la speranza della gloria.
a.
a. Si deve trafficare la salvezza per
crescere nella grazia: “Voi, per questa
stessa ragione, mettendoci da parte vostra ogni impegno, aggiungete alla vostra
fede la virtù; alla virtù la conoscenza; alla
conoscenza l'autocontrollo; all'autocontrollo la pazienza; alla pazienza la
pietà;
alla pietà l'affetto fraterno; e
all'affetto fraterno l'amore” (2Pietro 1:5-7).
b.
b. Si deve trafficare il suggello dello
Spirito Santo per vivere la pienezza: “Affinché giungiate ad esser ripieni di
tutta la pienezza di Dio” (Efesini 3:19).
c.
c. Si deve trafficare l’Evangelo per
condurre le anime a Cristo: “Andate per
tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà
salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato” (Marco 16:15).
d.
d. Si deve trafficare la fede per
permettere il compimento dell’opera di Dio in noi: “Poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede
a fede, com'è scritto: «Il giusto per fede vivrà» (Romani 1:17).
Qualunque sia
il valore dato alla mina, più questa viene trafficata e più acquista valore:
“Seguendo la verità nell'amore, cresciamo in ogni cosa verso colui che è il
capo, cioè Cristo” (Efesini 4:15); - “Ma crescete nella grazia e nella conoscenza del nostro
Signore e Salvatore Gesù Cristo. A lui sia la gloria, ora e in eterno. Amen” (2Pietro 3:18).
IL
RITORNO DEL RE
Quell’uomo nobile parte senza aver
preso il regno, ma lasciandosi dietro solo dei servi; Egli ha solo dichiarato
il suo certo ritorno, ma non ne ha stabilito alcun tempo specifico. La menzione
di un paese lontano potrebbe indicare che sarebbe passato
del tempo prima che quello fosse tornato investito del potere regale.
Nell’attendere il ritorno del loro re, i servitori avrebbero dovuto trafficare
e non essere indolenti. Nessuno, infatti, doveva pensare che, poiché quell’uomo
nobile doveva rimanere lontano molto tempo, non ci sarebbe stata alcun’urgenza
nell’impegnarsi a trafficare. Allo stesso modo il Signore chiede che i credenti
servano nella Sua opera, non solo nella certezza, ma anche nell’imminenza del
Suo ritorno: «Ecco, sto per venire.
Beato chi custodisce le parole della profezia di questo libro» (Apocalisse 22:7).
I credenti devono, perciò, trafficare i
doni di Dio, aspettando fiduciosi la Sua apparizione: “Infatti la grazia di Dio, salvifica per tutti gli uomini, si
è manifestata e ci insegna a rinunziare all'empietà e alle passioni mondane,
per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo, aspettando la beata speranza e l'apparizione della
gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù” (Tito 2:13).
IL
PREMIO
Un giorno improvvisamente il re tornò
per governare nel suo regno, ma prima di ciò egli chiamò i servi a rendergli
conto del loro operato. Egli ben sapeva che i suoi
concittadini lo odiavano ed erano imperterriti a respingere il suo governo,
però si aspettava che almeno i suoi servitori avessero dato prova di fedeltà.
Mentre il mondo esalta il successo, il Signore ricerca la fedeltà: “Coltiva la
fedeltà” (Salmo 37:3).
Egli chiede di essere
fedeli in tutti quei compiti che ci sono stati assegnati, e così
valuterà il nostro operato: “Del resto,
quel che si richiede agli amministratori è che ciascuno sia trovato fedele”
(1Corinzi 4:2).
Quell’uomo nobile aveva
dato la mina a dieci servitori e di quelli solo tre comparvero davanti
al Re. Gli altri dissiparono i beni affidati. Prima della sua partenza tutti e
dieci erano servitori, ma al suo ritorno sette non vi si riconoscono
più. Quando il nostro re tornerà, troverà in noi la fedeltà?: “Ma quando il
Figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra?” (Luca 18:8).
Ancora un brevissimo tempo e Colui che ha promesso di tornare, tornerà: “«Ancora un brevissimo tempo e colui che deve venire
verrà e non tarderà; ma il mio giusto
vivrà per fede; e se si tira indietro, l'anima mia non lo gradisce» (Ebrei
10:37,38).
Quei sette, quindi, si sono
autoesclusi, perché avevano rinnegato il loro signore
e non si erano preoccupati di attendere alla sua volontà. I tre servitori, che
si presentarono davanti al Re, rappresentano tre classi di credenti:
A. Il primo guadagna dieci volte il capitale affidato. Egli riceve parole d’elogio per
la sua fedeltà nelle cose minime: “Chi è fedele nelle cose minime, è pur fedele
nelle grandi”: “Si presentò il
primo e disse: “Signore, la tua mina ne ha fruttate altre dieci”. Il re gli
disse: “Va bene, servo buono; poiché sei stato fedele nelle minime cose, abbi
potere su dieci città” (Luca 19:16,17).
Il Re lo costituisce governatore di una
decapoli.
B. Il secondo guadagna cinque volte il capitale affidato. Egli
rappresenta quanti avrebbero potuto fare di più. Anche
per questo servitore ci sono parole di elogio, anche
se non nel modo con cui il Re si è rivolto al primo: “Poi venne il secondo, dicendo: “La tua mina, Signore,
ha fruttato cinque mine”. Egli disse anche a
questo: “E tu sii a capo di cinque città” (Luca 19:18,19).
Il Re lo costituisce governatore di una
pentapoli. La fedeltà dimostrata anche nei compiti più semplici, c’innalza
verso posizioni d’autorità. Quei servitori avevano ricevuto l’amministrazione
di mine, ma ora avranno la responsabilità su città, quindi per ricompensa
ottennero una più grande opportunità di servizio.
Naturalmente non possiamo precisare in cosa consista
quel tipo di amministrazione, perché non ci sono altri cenni nelle Scritture. È
importante però ricordare che quei due servitori non si attribuirono il merito
di quanto guadagnato, perché riconobbero che era stata la mina a far fruttare
altro capitale.
C. Il terzo non è riuscito a guadagnare nulla. Non solo non ha fatto fruttare la mina affidatagli, ma
addossa la colpa della mancata capitalizzazione alla durezza del suo padrone: “Poi ne venne un altro che disse: “Signore, ecco la
tua mina che ho tenuta nascosta in un fazzoletto, perché ho avuto paura di te che sei uomo duro; tu
prendi quello che non hai depositato, e mieti quello che non hai seminato” (Luca
19:20,21).
Questo servitore lo aveva descritto
ingiustamente come un uomo esigente, ma non aveva riflettuto che, in quanto servo, costui aveva il dovere di ubbidire incondizionatamente.
Quell’uomo nobile era davvero duro? L’aver dichiarato quanto il servo pensava
non implica il comprovare la propria severità. Infatti,
a motivo di poche mine guadagnate, due conservi avevano ricevuto grandi
responsabilità. Può essere duro un Re tanto generoso?
Taluni affermano che Dio è severo. La Scrittura non ce Lo
rivela così: “Il Signore, il tuo Dio,
sono un Dio geloso; punisco l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza e
alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano
e osservano i miei comandamenti” (Esodo 20:5,6).
Il Signore è buono, ma Egli è anche
giusto ed è il Giudice di chi si rifiuta di esserGli
amico. Questo servitore infedele e pigro, però, ha almeno curato quanto il suo
signore gli aveva affidato e si è preoccupato di restituirglielo. Egli ricorda quanti, pur essendo credenti, non si danno peso di
ubbidire al Signore e di partecipare agli altri quanto hanno ricevuto in dono:
“Il re gli disse: “Dalle tue parole ti giudicherò, servo malvagio! Tu
sapevi che io sono un uomo duro, che prendo quello che
non ho depositato e mieto quello che non ho seminato; perché non hai messo il
mio denaro in banca, e io, al mio ritorno, lo avrei riscosso con l'interesse?”
Poi disse a coloro che erano presenti: “Toglietegli la mina e datela a colui
che ha dieci mine”. Essi gli dissero: “Signore, egli ha dieci mine!” “Io vi
dico che a chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che
ha” (Luca 19:16-22).
La parabola ne descrive il giudizio, ma
il suo è ben diverso da chi ha nascosto il talento nella terra: “E quel servo inutile, gettatelo nelle tenebre di
fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti” (Matteo 25:30).
In quanto servitore,
che ha amato il Re, egli resta nella Sua reggia, anche se non riceve nessun
premio per la sua fedeltà. Questo tipo di giudizio ricorda quello che è
riservato ai credenti: “Poiché nessuno
può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè
Cristo Gesù.
Ora, se uno costruisce
su questo fondamento con oro, argento, pietre di valore, legno, fieno, paglia, l'opera di ognuno sarà messa in luce; perché il
giorno di Cristo la renderà visibile; poiché quel giorno apparirà come un
fuoco; e il fuoco proverà quale sia l'opera di ciascuno. Se l'opera che uno ha costruita
sul fondamento rimane, egli ne riceverà ricompensa; se l'opera sua sarà arsa, egli ne avrà il danno; ma
egli stesso sarà salvo; però come attraverso il fuoco” (1Corinzi
3:11-15).
Questo è il giudizio delle opere, dove
la fedeltà è premiata e l’infedeltà punita: “Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al
tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che ha
fatto quando era nel corpo, sia in bene sia in male” (2Corinzi
5:10).
Quel Re ordina ai suoi servitori di
togliere la mina all’immeritevole del premio e di darla a chi ne aveva guadagnate dieci. Questa dichiarazione suscita la
sorpresa dei presenti, ma ciò consente al Signore di esporre una verità molto
importante: quanto maggiore è l’impegno e la fedeltà dimostrata, tanto più la
ricompensa è abbondante: “Toglietegli la mina e datela a colui
che ha dieci mine”. Essi gli dissero: “Signore, egli ha dieci mine!” “Io
vi dico che a chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello
che ha” (Luca 19:22).
Di contro alla pigrizia ed
all’infedeltà consegue la perdita del premio.
L’EPILOGO
DELLA PARABOLA
Dopo che i concittadini ebbero saputo che quel nobile uomo avrebbe avuto il diritto
di regnare, anziché accettarlo, lo rifiutarono. La condanna dei concittadini è
diversa da quella del servo disutile: “E quei miei nemici che non volevano che
io regnassi su di loro, conduceteli qui e uccideteli in mia presenza” (Luca 19:27).
Gli antichi potenti sovrani orientali
hanno spesso inaugurato il regno, scannando i propri nemici. Nebucadnetsar
accecherà Sedechia, dopo avergli ucciso i figli sotto gli occhi (2Re 25:7). Non sappiamo se Archelao abbia agito
allo stesso modo, tuttavia la Scrittura conferma che l’epilogo degli
impenitenti e dei ribelli è lo stagno di fuoco e di zolfo: “Ma per i codardi, gl'increduli, gli abominevoli, gli
omicidi, i fornicatori, gli stregoni, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro
parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la morte seconda» (Apocalisse
21:8).
Conclusione
Con la parabola delle mine, il Signore
ricorda a tutti noi, Suoi servitori che, nell’attesa del Suo ritorno, abbiamo
ricevuto dei doni da amministrare. Noi abbiamo accettato di servirLo,
quindi, non dobbiamo “riporre in un fazzoletto” quanto potrebbe contribuire
alla Sua gloria. Qualcuno potrebbe affermare che, in ogni caso, quel servo rimase alla reggia del Re, nonostante la sua negligenza. È
importante ricordare che:
·
· La Scrittura,
tanto meno la parabola, non esalta la pigrizia, ma anzi la fedeltà.
·
· È preferibile
ricevere il premio per la fedeltà, piuttosto che il biasimo per l’indolenza.
·
· La fedeltà del
servitore esalta la Persona del Re nel Suo Regno.
Il Signore ci vuole fedeli (1Corinzi 4:1,2). Studiamoci di agire in conformità della Sua volontà,
perché, oltre alla salvezza, possiamo ricevere anche l’approvazione più ambita:
“Il suo padrone gli disse: “Va bene,
servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte
cose; entra nella gioia del tuo Signore” (Matteo 25:21).